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  • Immagine del redattorecristiana soldaini

Il linguaggio delle parole

Se consideriamo i bambini come degli individui che agiscono per provocare una reazione dell’adulto col fine d’instaurare una relazione (B. Bettelheim ci fa capire come questa ricerca di relazione che all’inizio è prevalentemente di tipo tonico - sensoriale* e non simbolico, sia già presente fin dalla nascita), possiamo comprendere il significato profondo di un gesto semplice come quello di dare un oggetto e poi riprenderselo, tipico dell’infante (la parola infante deriva dal latino e significa senza parola). Più avanti, con l’acquisizione di maggiori competenze motorie, compare anche la capacità simbolica-rappresentativa e il gesto del dare un oggetto all’altro assume il significato di dare se stesso all’altro (e contemporaneamente anche il voler essere preso, contenuto, riconosciuto), mentre il prendere, ricevere, significa sempre simbolicamente, individuarsi (mi riconosco grazie al riconoscimento dell’altro). Se consideriamo l’individuo-bambino in un ottica psicomotoria e complessa dove tutti gli aspetti sono collegati: motorio, emotivo, relazionale, cognitivo, possiamo pensare che le parole assumano lo stesso significato che ha l’oggetto per l’infante, perché essere ascoltati e compresi dagli altri, significa entrare nel pensiero dell’altro e quindi essere “visti” come individui.

Nel lungo processo d’individuazione (M. Mahler “Processo di separazione-individuazione”), i bambini possono mettere in atto delle difese per affrontare la separazione e tra queste difese può esserci un ritardo nel linguaggio (possiamo pensare che quel bambino non si senta abbastanza forte per affrontare la separazione). L’ambiente, inteso come il contesto delle relazioni in cui il bambino vive, diventa quindi importantissimo per aiutarlo ad immaginare soluzioni possibili e diverse, per aiutarlo a pensare che, sostituendo all’oggetto concreto un pensiero, si può colmare la mancanza, il vuoto venutosi a creare. In che modo? riconoscerlo come individuo, infondergli fiducia cercando di non giudicarlo ma andando a valorizzare ogni sua “produzione” (le parole, la qualità dei movimenti..), senza richieste e aspettative su quello che “dovrebbe riuscire a fare”, affinché si senta capace e forte tanto da poter pensare di potersi separare.

Scrive L. Bloom «Quando il nostro mondo mentale si allontana sempre più dal nostro mondo percettivo, abbiamo bisogno del linguaggio per colmare il divario. Abbiamo bisogno del linguaggio per comunicare agli altri il contenuto dei nostri pensieri». Le parole sono simboli che ci liberano dai confini del mondo presente permettendoci di creare nella nostra mente nuovi mondi e di elaborare nuove idee.


* Dialogo tonico - sensoriale: è la relazione, lo scambio, che può avvenire tra due corpi, anche in assenza di movimento e permette a questi di comprendersi a livello affettivo ed emozionale. È una comunicazione sottile, fatta di infinite sfumature, inesprimibili verbalmente e “sentite” più che “capite” dall’altro. È il mio corpo che sente l’altro perché la mia organizzazione biologica è identica alla sua.


Letture per approfondire:

A. Techel, A. Pendezzini, La farfalla insegna, Armando Editore.

M. Mahler, Le psicosi infantili, Bollati Boringhieri.

R. Michnick Golinkoff, K. Hirsh-Pasek, Il bambino impara a parlare, Raffaello Cortina Editore.



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